Editoriali

WIDE PHOTO FEST 17: cosa ci resta dallo scorso weekend

I tre giorni dedicati alla fotografia promossi da AIFOTO per non dimenticare il vecchio Photoshow hanno avuto un unico vero protagonista: il caldo

Se ci aspettavamo un evento nuovo, con un programma ricco di incontri, seminari e workshop gratuiti e per ogni tipo di spettatore, dal professionista in cerca di qualche spunto allo “smartphone passionate”, ci siamo invece dovuti accontentare del solito palinsesto di dimostrazione di prodotti e poco più.

Alla base del Wide Photo Fest 17 c’erano buone idee, buone intenzioni, ma alla fine ci siamo ritrovati a passare tre giorni in una piazza, sì meravigliosa, ma decisamente non adatta alla situazione. Siamo a giugno e oggi che le mezze stagioni non esistono più, per dire che siamo in piena estate, fa caldo ed un piazza fatta di cemento può solo aumentare disagio e temperatura.

Il palinsesto, salvo per quale eccezione, non ha convinto le persone di passaggio per Piazza Gae Aulenti a fermarsi sotto al palco e stare in piedi per un’ora ad ascoltare quanto siano belli i prodotti di una o dell’altra casa, senza neanche un angolo di ombra sotto il quale ripararsi. Si è parlato di fotografia, certo, ma quanti erano davvero ad ascoltare?

La fotografia oggi deve essere vista con una prospettiva molto più ampia, molto più “wide” mi verrebbe da dire, ma al Wide Photo Fest 17 di così “wide” non ho visto molto. Non avrei mai pensato di poter rimpiangere il superato format del 2015 al Superstudio Più, ma è così.

Non voglio assolutamente tirare acqua al mio mulino, ma su quel palco in piazza Gae Aulenti ci sono salito tre volte, portando grazie ad Epson tre incontri con persone che avevano storie da raccontare, che sono state in grado di attirare il pubblico sotto al palco nonostante il caldo. Gli appassionati di oggi vogliono ascoltare le esperienze di grandi fotografi e storie che vanno oltre la tecnica o la tecnologia di un prodotto. Per quello c’è internet, c’è Google e c’è Amazon. Credo che appassionarsi al lavoro dei fotografi e magari poter sperare di ripercorrere certe carriere, sia l’aspetto più coinvolgente per giovani aspiranti fotografi o semplicemente per degli appassionati. E poi vogliono poter dire tutti in coro: “Ooooh” davanti ad una bella fotografia.

 

I nuovi mezzi, leggasi smartphone e action cam, hanno avvicinato alla fotografia tante persone e molti operatori pensano che attraverso una manifestazione come questa avrebbero potuto anche pensare di farle avvicinare agli stand, dove confrontarsi anche solo per qualche istante con una mirrorless o una reflex. Ma così non è stato. O meglio, chi è passato dalle tende da accampamento posizionate lungo la piazza, non credo fosse un possibile utente futuro, più probabilmente un curioso fotoamatore che sperava di rivedere un Photoshow all’aperto. In due parole, penso di poter dire che il tentativo di portare in piazza nuovi potenziali consumatori sia fallito. E che le assicurazioni che sarebbe stato davvero tutto nuovo, che avremmo vissuto un weekend entusiasmante, con attività per ogni tipo di spettatore non si sono realizzate. Nemmeno la caccia fotografica che avrebbe dovuto coinvolgere molti appassionati non ha riempito il carniere. Ancora una volta dobbiamo pensare che ci sono stati disguidi, che le date erano fissate e non modificabili (a settembre?), che la crisi pesa anche sulla creatività, che molte aziende non hanno inteso partecipare.

Comprendiamo tutto, ma se ci sarà una nuova edizione del Wide Photo Fest, del Photoshow o di quel che vi pare, non diteci che tutto sarà nuovo, diteci che si spera sia bello e basta. Perché nella lunga storia delle fiere di fotografia il nuovo non s’è mai visto e forse non deve nemmeno esserci.

Non è facile dire che cosa bisognerebbe fare, però in Italia ci sono festival o manifestazioni meno pretenziose legate alla fotografia, che hanno successo e con budget molto contenuti. Inutile rincorrere chi usa lo smartphome per mandare cartoline, perché questo tipo di utente non è interessato alla fotografia così come la intendiamo noi. Anzi più insisti a provarci più vieni guardato come uno fuori dal tempo.

La fotografia è una passione difficile, che richiede studio e lettura. Bisogna conoscere i lavori dei grandi maestri d’un tempo per scoprire che da inventare c’è rimasto poco e conoscere i lavori dei nuovi veri fotografi millennial. La fotografia è dominare lo strumento con la propria sensibilità e non subirne una tecnologia preconfezionata. Parlare così della fotografia una volta era considerato un danno per il mercato, ma oggi è quello che ci resta. Cultura, impegno, la modestia di imparare e fare meglio, ma non a casaccio.

All’appuntamento del Wide Photo Fest ho avuto modo di confrontarmi con gli addetti ai lavori e i rappresentati delle aziende. Salvo qualche eccezione ci siamo trovati d’accordo sul risultato dell’evento e nel chiederci perché propinare la stessa zuppa in un piatto diverso. Per di più infuocato dal sole.

© Riproduzione riservata
1 Commento

1 Commento

  1. Luigi

    15 giugno 2017 at 6:36 am

    Io non ci sono stato ma mi fido di quello che scrivi, anzi apprezzo molto la chiarezza con la quale esprimi la tua opinione.Stando così le cose mi viene da pensare che ho risparmiato bene qualche soldino per la trasferta da Bari.Grazie per l’articolo.

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top