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Storia

Una visita a casa Adams

La camera oscura di Ansel Adams è un luogo della storia della fotografia. Non nasconde “armi segrete”, ma mostra la razionalità del grande fotografo. L’arma vera era la sua straordinaria sensibilità tecnica ed estetica

Della camera oscura di Ansel Adams (1902-1984) avevo sentito parlare più volte dai colleghi americani che, magari, avevano seguito i suoi corsi. Nel 1993 non c’era la possibilità di oggi per sbirciare tra le fotografie del web o guardare un video su youtube tanto per farsi un’idea di come fosse quella darkroom, l’unica opzione era di leggere la sua trilogia edita in italiano da Zanichelli.

Visto che quell’anno mi sarei trovato a San Francisco, decisi di andare a vedere di persona.

Contattai via fax Andrea Stillman, sua assistente che molti anni prima aveva organizzato il suo archivio e poi, dopo la sua morte, curatrice delle scelte editoriali e della pubblicazione di libri tipo Ansel Adams in Color al quale aveva collaborato come in molte altre occasioni. 

Carmel Highlands è a 15 minuti d’auto da Monterey e trovare casa Adams non fu difficile anche grazie alla classica mailbox. Andrea, giovane e bella signora, mi accolse e mi guidò alla scoperta dello studio dopo un’occhiata allo splendido panorama sul Pacifico che “diventa uno spettacolo quando passano le balene”.

La casa costruita nel 1972, ospita la camera oscura stretta e lunga come un corridoio e un ampio spazio per la finitura. Oggi il salotto è una sala di esposizione, ma allora era arredato con poltrone, divani, tavolini e con il suo pianoforte a coda, accanto al quale il paravento fotografico. Per chi non lo sapesse Adams nasce come pianista.

Sulle pareti tinte con quel grigio medio del suo Sistema Zonale, spiccano incorniciate molte delle sue famose fotografie; in grande formato Monolith, The Face of Halph Dome del 1927. Il lucernario e le lampade sono sati studiati per la migliore illuminazione delle fotografie.

 

La camera oscura

Si entra nella camera oscura attraverso una stretta porta scorrevole. Subito a destra un ampio banco di lavoro con una bilancina di precisione è la zona dei chimici. Una cinquantina di contenitori fanno mostra di sé occupando tre mensole con prodotti liquidi o polveri pronti per preparare rivelatori, fissaggi e trattamenti per la conservazione: idrochinone, metolo, fenidone, borace, iposolfito, selenio e chissà cos’altro. Molti sono di Kodak. 

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Zona chimici e grembiuli Oriental.

Accanto, appesi, i grembiuli sponsorizzati Oriental produttore della carta preferita da Adams, ma Andrea non nasconde che la preferenza non era puramente tecnicaSulla sinistra l’originale ingranditore orizzontale che Adams fece costruire a San Francisco per stampare grandi formati dalle sue lastre 8×10 pollici. L’illuminazione è diffusa, ma la sorgente di luce tipo bromografo è costituita da 36 lampadine spot da 50 watt, ciascuna dotata del suo interruttore. Questa soluzione permette di regolare l’intensità della luce a seconda delle diverse densità del negativo. Quanto al calore dei 1800 watt delle lampade, viene fatto sfogare attraverso due camini, mentre l’ambiente offre una ventilazione adeguata. Di fronte all’obiettivo, una parete metallica sulla quale fissare con un marginatore magnetico la carta sensibile in fogli, ma è prevista anche per l’uso di carta in bobina. I due elementi sono montati su rotaie e lo spostamento, a seconda del formato di stampa, è gestito da motori elettrici. Dietro la parete mobile c’è l’angolo per la stampa dei negativi 4×5 pollici fornito di due ingranditori Beseler, uno con i filtri per stampare su carta a contrasto variabile. Per la durata dell’esposizione, Ansel Adams si affidava quasi esclusivamente al conteggio mnemonico.

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Ingranditore orizzontale grande formato (8×10 pollici) e la parete ovvero il piano di proiezione.

Sul lato opposto, ma separata dalla la zona umida, una piccola area è riservata al caricamento delle pellicole piane o a rullo nelle bacinelle per lo sviluppo. La lunga vasca per lo sviluppo può ospitare tre bacinelle 50x60cm (sviluppo, arresto, fissaggio) ed anche qui sono a portata di mano i vari componenti liquidi in bottiglioni da un gallone pronti per la diluizione. All’estremità sinistra della vasca un fusto d’acciaio da 15 galloni contiene il Dektol, rivelatore per carta di Kodak, all’altra quello per il fissaggio è da 25 galloni. Numerosi i cilindri graduati per miscelare le giuste quantità e, ad asciugare, le tank in acciaio per lo sviluppo delle pellicole. Tre termometri controllano la temperatura dell’acqua, il tempo di sviluppo è affidato al più classico dei timer da camera oscura, il GraLab, due sono sulla mensola. Tutte le luci chiare o di sicurezza si accendono con cordicelle.

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Due viste della zona umida con la grande vasca e gli accessori.

Altre due vasche quadrate sono dedicate al lavaggio di negativi e stampe. Operazione importantissima per la conservazione a cui Adams e i suoi assistenti dedicavano molto tempo. Le stampe nei formati fino al 30x40cm, venivano lavate nelle vasche verticali di Zone VI dotate di separatori per più copie, il lavorio meccanico dell’acqua corrente garantiva un eccellente risultato. Per le copie di grande formato da archivio, invece, occorrevano due bacinelle; la superficie della copia veniva mossa e rivoltata più e più volte in poca acqua pulita, poi passava nella seconda bacinella con acqua pura per lo stesso trattamento e così via passando dall’una all’altra bacinella ogni volta con acqua pulita, per almeno una dozzina di volte. Questa soluzione è tanto noiosa quanto ottimale e, inoltre, riduce il consumo di acqua.

Finito il lavaggio, la copia baritata (Adams non usava carte politenate per asciugamento veloce) veniva poggiata su un piano liscio e leggermente inclinato per eliminare l’acqua in eccesso usando una spatola tipo lavavetri, ma con una lama in gomma morbida. Poi veniva messa ad asciugare in un essiccatoio con tanti ripiani estraibili costituiti da un telaio e da una rete di plastica ben tesa che fa passare quell’aria che lentamente asciugherà la copia a faccia in giù.

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Vasche di lavaggio verticali per formati 30x40cm e il grande essiccatoio autocostruito dallo stesso Adams.

Si può concludere dicendo che il maestro si era organizzato molto bene per la stampa dei suoi preziosi negativi conservati in un locale a temperatura e umidità controllate. I diversi spazi di lavoro sono stati pensati per la massima efficienza ma essenziali, nulla di più di ciò che serve.  Una grande sala destinata alla finitura disponeva del necessario per ritoccare o spuntinare  le stampe, ovvero per eliminare quei puntini bianchi che a volte si notano anche se la polvere è al bando in tutte le aree dello studio. Su un banco di lavoro ci sono presse per il montaggio a caldo delle stampe su cartoni d’archivio, visori per negativi e attrezzature per la riproduzione.

Adams ha smesso di stampare nel 1981. La regola era di stampare la mattina e trattare le copie al selenio per la conservazione e poi lavaggio nel pomeriggio con gli assistenti. Riposo nel weekend. Allora, accanto alle lastre archiviate, si parlava di un patrimonio di circa 10.000 negativi sconosciuti.

Qua e là vi sono cartelli o le copertine di libri e riviste a lui dedicate. All’esterno l’avviso che le visite sono solo per appuntamento e che, da fervente ambientalista, “qui non si fuma, please”.

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Ansel in copertina

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Tanto per essere chiari!

Chi è interessato può seguire la lunga ma interessante presentazione (in inglese) delle immagini curata da Andrea Stillman, una delle poche persone che conosce alla perfezione i lavori di Ansel Adams e la sua personalità.

Una visita a casa Adams
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