Editoriali

Un esperimento meditativo

Lasciare a casa la macchina fotografica 

Di tanto in tanto astenersi non è una cattiva idea. Intendo dire che se per una volta cerchiamo di fotografare mentalmente potremmo fare molte più scoperte, che stare con l’occhio al mirino. Lo so che il fotografo non dovrebbe mai uscire di casa senza, ma se l’esperimento no-fotocamera lo conducete nel vostro territorio non perderete scenari irripetibili.

L’idea è quella di dedicare alla scena un’attenzione più approfondita per capirla meglio. Per riuscire, però, dovrete impostare la vostra sensibilità in modalità “straniero”. Ovvero, far finta di vedere la piazza della vostra città come fosse la prima volta. 

Distaccarsi dallo strumento per allenarsi a cogliere l’essenza di ciò che ci circonda porta a trovare inquadrature diverse dall’occhiata di fretta che i romani concedono al Colosseo o alla Fontana dei Quattro Fiumi. Questa pratica che non saprei definire con un termine scientifico, aiuta a valutare ciò che vediamo liberi da qualsiasi impaccio ottico e a ragionare sul “come fotograferei” senza dover pensare a tempi, diaframmi e profondità di campo in tutta fretta. Quindi bando al lato tecnico, si tratta di stabilire a mente come trasformare la scena in una fotografia.

Dice: ma che divertimento c’è senza macchina fotografica? Scusate l’esagerazione, ma parlo di educazione severa all’immagine, tanto importante quando poco apprezzata. In era predigitale, il costo della pellicola e la ridotta autonomia (e sì che con 36 fotogrammi c’era chi ci faceva Natale, Pasqua e ferie estive) proteggevano l’arte e il portafogli perché prima di sprecare fotogrammi preziosi ci si pensava due volte. Che oggi sia possibile scattare a raffica per poi cercare lo scatto migliore senza costi aggiuntivi, è la furberia di chi non capisce in quali guai si stia mettendo. Comodo salvagente dell’ignoranza, ma veleno per chi voglia crescere imparando invece di perdere tempo a scegliere lo scatto… più bello. 

Intendiamoci, sul piano pratico non bisogna confondere la raffica con una breve serie di scatti dello stesso soggetto che sono la ricerca del perfezionamento dell’opera passo passo. Grazie al digitale, due o tre scatti identici sono invece utili quando sul capo a piombo sull’oceano spira forte il vento che mette in crisi anche la più salda impugnatura con alto rischio di fotografie mosse. 

Certo, studiare la scena non ha a che fare con il fotoreportage o la foto sportiva, lo stesso rappresenta un allenamento necessario a raggiungere quel grado di sintesi che si ottiene dopo molto scattare e parecchio sbagliare, quando sai già da quale distanza riprendere, con quale obiettivo e da quale angolazione garantire dinamismo o tranquillità all’inquadratura.

“Il bello della fotografia è lo scatto singolo. E il bello accade se comprendiamo la scena prima con gli occhi e poi col mirino. Aggiungerei che un treppiedi renderebbe il tutto ancora più facile”

 Ricordiamoci che lo sguardo degli umani raccoglie un gran numero di informazioni perché il campo visuale è paragonabile quello di un fish-eye a bassa risoluzione, tranne un angolo di circa 40 gradi, tipo quello di un obiettivo da 40-50mm. Vediamo a fuoco solo quello che puntiamo, ma senza accorgercene superiamo la limitazione ruotando gli occhi o la testa. è così che selezioniamo le porzioni che ci interessano senza mai perdere la visione generale della scena. 

Chissà se tutto ciò spingerà qualcuno di voi a sperimentare, perché uno sguardo approfondito aiuta a valutare la struttura della scena, la ricchezza del dettaglio o la sua assenza, il gioco del contrasto tra luci ed ombre che cambia come ci muoviamo solo di un passo. Per non parlare delle bruttezze della scena, quelle che saltano agli occhi solo quando apri il file sul PC. Scovandole prima ci si può porre rimedio, per esempio utilizzando un cipresso per nascondere un’antenna tv, o cambiando posizione per far sparire il bidone della spazzatura dietro l’angolo.

Sulle strade o i sentieri dei parchi naturali, americani e non, si incontrano cartelli con il simboletto di una antiquata macchina fotografica o la scritta viewpoint, a suggerire che dietro la curva c’è un punto da fotoricordo. Una volta lì, una cosa è scattare e via, altro è catturare l’immagine che pochi avrebbero saputo trovare. In conclusione (in questo caso la fotocamera sarà al vostro fianco), resta sempre la libertà di non scattare perché giudichiamo la scena insignificante, oppure di godersi con gli occhi ed il cuore una situazione incredibile.

Ho ritrovato questa teoria nel film di Ben Stiller I sogni segreti di Walter Mitty con Ben Stiller e Sean Penn che interpretano rispettivamente Mitty (responsabile dell’archivio fotografico di LIFE) e il grande fotografo Sean O’Connel. Raggiunto da Mitty dopo varie peripezie in qualche parte dell’Himalaya, O’Connel finalmente vede apparire nel mirino il rarissimo leopardo che era andato a fotografare (fotografia). Ma di fronte alla bellezza di quel gattone, il fotografo esita: “Certe volte non scatto”, dice. “Se mi piace il momento, piace a me. A me soltanto. Non amo avere la distrazione dell’obiettivo, voglio solo restarci. Dentro”. E non scatta.  

Un esperimento meditativo
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