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Nuovo Thambar. Leica rilancia la fotografia “flou”

Negli anni Venti e Trenta dello scorso secolo, la fotografia di ritratto d’arte tornò in voga. Un piccolo colpo di coda del pittorialismo del primo Novecento di Stieglitz e Steichen, tanto per citare due colossi. L’immagine dev’essere delicata, morbida, eterea, misteriosa. Allora i ritrattisti usavano mille trucchi per fare ritratti “come una volta”; mettevano una veletta nera davanti all’obiettivo o spalmavano sui bordi di un filtro un leggerissimo strato di vaselina. C’era chi lasciava l’obiettivo, lente il su, a prendere polvere per ammorbidire quella nitidezza che i fotografi del Gruppo f/64 si ponevano come valore assoluto. Più recentemente si è potuto ricorrere ai filtri soft di plastica non potendo spendere uno stipendio per gli eccezionali Zeiss Softar.

Nel 1935, Ernst Leitz Wetzlar lancia un obiettivo dedicato al ritratto (o a quello che vi pare!) per soddisfare una certa richiesta. Si tratta del Thambar, un 90mm f/2,2 con lo schema 4 lenti in 3 gruppi dell’Hekor 135mm, che tra il 1935 ed il 1942 fu prodotto in 2984 esemplari. Lo inventa Max Bereck dal 1914 alla Leitz e creatore di dozzine di obiettivi a vite. Per ottenere quell’effetto morbido che piace anche ai paesaggisti Bereck  sfrutta l’odiosa e combattuta aberrazione sferica. E non basta. Aumenta il “difetto ottico” montando sull’obiettivo un filtro trasparente dotato di un piccolo schermo circolare per bloccare i raggi buoni, quelli che passano per il centro dell’ottica. L’effetto flou o soft, che ammorbidisce l’immagine a fuoco, non deve essere confuso con la sfocatura. L’eccesso di aberrazione sferica e cromatica, inoltre, riduce anche il contrasto portando ad immagini non sempre prevedibili. L’effetto, tuttavia, può essere controllato: sarà massimo a piena apertura di diaframma e sempre meno evidente fino a f/6,3, dopodiché la chiusura del diaframma elimina le meravigliose aberrazioni. Fatto sta che senza quel filtro il risultato fotografico è più o meno simile a quello di un normale 90mm.

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Il confronto del Thambar originale (WestLicht  Photographica) con il nuovo Thambar-M (a destra) mostra la notevole fedeltà del design.

Rilanciare il Thambar è un’operazione retrò già iniziata da Leica Camera nel 2007 con i Summarit-M, seguita l’anno scorso dal Summaron 28mm f/5,6. L’obiettivo è offerto con il filtro speciale, paraluce e replica della custodia in cuoio a 5950 euro, più o meno il valore di un esemplare vintage in ottime condizioni, filtro incluso ma se originale. Il design del corpo in smalto nero è fedele, ma nel confronto, si notano piccoli ritocchi che rispecchiano la linea corrente. La zigrinatura, ad esempio, è meno fitta dell’originale (e ne manca una), le curve sono più dolci, i  colori delle incisioni sono gli stessi, ma il font è quello Leica moderno. Resta la sigla mtr sulla ghiera delle distanze di messa a fuoco (da un metro a infinito), e sono sempre due le scale dell’apertura di diaframma, mentre la ghiera è priva di arresti a scatto. Quella in rosso da f/2,3 a f/6,3 va seguita in manuale usando il filtro con lo spot oscurante che ruba un po’ di luminosità. Le lenti del sistema ottico sono trattate con un monostrato antiriflesso, più per proteggere le superfici che per ridurre i riflessi interni piuttosto evidenti nel 1935, quando il trattamento antiriflessi di Smakula era stato appena messo a punto. Il Thambar-M copre un angolo di campo di 27° in diagonale, diaframma a 20 lamelle, diametro filtro E49, peso 500g.

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Incisione della scala delle profondità di campo di un componente in ottone del barilotto.

In quegli anni Trenta, le case cercavano di usare nomi eruditi per descrivere la caratteristica degli obiettivi. Zeiss e Leitz ne fecero buon uso. Il famoso Tessar a 4 lenti di Zeiss, ad esempio, prende il nome dal greco tessera (quattro); il prefisso Sum dei Leica Summicron proviene da sunmmit  (vertice o sommità più alta), con il suffisso “cron” forse per il vetro Crown utilizzato per le lenti. Definito “meraviglioso”, il nome Thambar deriva dal greco con svariate interpretazioni: dal poco credibile “arco vichingo” a oggetto “che stupisce”, ma anche “abbagliante” o più erroneamente “sfocato”. Il più simpatico tra tutti è il nome del 50mm f/2,5 del 1930 che Bereck battezzò con quello del suo cane: Hektor. 

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Paesaggio di Jolie Luo scattato con il Thambar-M 50mm f/2,2.

Nuovo Thambar. Leica rilancia la fotografia “flou”
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2 Commenti

2 Commenti

  1. Luca

    20 ottobre 2017 at 4:29 pm

    Ovviamente non si fa mai cenno alle follie dei prezzi che Leica giustifica da molti decenni con stramberie come il flu d’epoca, ma che hanno sempre un denominatore comune: l’esosità. A quando cravatte di seta o mazze da golf marcate Leica e a prezzi da re (anche se fabbricate a Taiwan)?

    • Giulio Forti

      23 ottobre 2017 at 3:26 pm

      Non si fa cenno al tema perché è davvero usurato e, soprattutto, nessuno è obbligato a comprare un Thambar. Che il suo prezzo sia elevato è innegabile. Che sia uno scandalo è una sciocchezza. Perché la produzione Leica non è di massa e quindi il gioco delle economie di scala non vale. Perché la lavorazione è affidata a personale specializzato e non ai robot. Perché le materie prime, vetro, metallo, pelli, elettronica è di prima qualità. Perché oltre alle materie prime necessarie, ogni prodotto in ogni settore deve contribuire a ripagare spese generali, ricerca, brevetti, promozione e comunicazione, percentuali ai rivenditori, margini per gli investimenti, luce e gas. Sarebbe bello se il prodotto Leica costasse la metà, peccato che non sarebbe più la stessa cosa. Come nel caso delle fotocamere e obiettivi top di Canon, Nikon, Zeiss, Sony…

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