Fujifilm GFX
Test

A spasso con la medio formato Fujifilm GFX 50s

…ma non è un giocattolo di lusso

di Gianni Galassi

Da nerd coscienzioso, mi sono presentato all’appuntamento con Giulio e Luca Forti di Photojournal.it con una borsa Billingham vuota. Mi avrebbero consegnato la Fujifilm GFX 50s per un giro di prova e volevo trasportare la “creatura” in modo adeguato. Con mia sorpresa, mi hanno messo in mano una valigia tipo Pelican Case del peso di 7 chili, contenente corpo macchina, tre obiettivi e qualche accessorio. La mia Billingham, che normalmente ospita due corpi Leica M, cinque obiettivi e un po’ di annessi e connessi, non avrebbe potuto contenere neppure il solo corpo della GFX.

La GFX è sul mercato da ormai qualche tempo e la stampa specializzata -cartacea e digitale- ha già sottoposto la medio formato nipponica ai test di rito. Ciò che mi interessa riferire in queste righe sono le impressioni di guida di un utilizzatore poco incline allo stupore ipertecno e molto avvezzo a servirsi di apparecchi che puntino all’essenziale.

Impugnando il corpo macchina mi hanno stupito le dimensioni, decisamente più grandi di quanto mi aspettassi dalle immagini viste sul web, e il peso, decisamente inferiore a quello che le dimensioni effettive potrebbero suggerire. Peso che tuttavia, ahimé, aumenta drasticamente non appena si va ad innestare un obiettivo. Le tre ottiche a mia disposizione – GF 23mm, GF 32-64mm e GF 110mm – finiscono per triplicare la massa dell’apparecchio rendendolo poco adatto ad una  passeggiata fotografica senza pensieri.

Niente di strano, trattandosi di un apparecchio professionale. Quando per “professionale” si intende, al di là delle indiscutibili caratteristiche tecniche, di uno strumento di lavoro adatto a un professionista che possa contare su almeno un assistente che si faccia carico del trasporto della valigia e del cambio degli obiettivi!

Nelle due giornate a mia disposizione ho pensato di provare l’apparecchio su soggetti con i quali, per averli fotografati più volte, avevo già una certa familiarità. Così, montato lo zoom 2x, ho fatto un giro dalle parti di Roma Nord, una zona ricca di manufatti che portano la firma di importanti architetti del Novecento. Il Palazzetto dello Sport di Vitellozzi e Nervi è un soggetto rognoso: la sua pianta circolare lo rende praticamente privo di un prospetto frontale e trovare la buona inquadratura richiede un lungo lavoro di osservazione con l’occhio al mirino. Esercizio non facile, dato il peso del kit. L’impugnatura ha una buona ergonomia, ma non basta ad evitare un forte sbilanciamento in avanti dell’insieme.

Mi tornano in mente i miei esordi come fotografo commerciale negli anni settanta. Lavoravo principalmente col banco ottico 4×5”, ma per la clientela meno esigente potevo permettermi il medio formato. All’epoca usavo l’Hasselblad 500C, una medio formato vera -6x6cm- i cui obiettivi erano meno voluminosi e pesanti dei Fujinon GF, malgrado il cerchio di copertura di questi ultimi debba riempire un fotogramma decisamente più piccolo: 44x52mm circa. I conti non tornano. Ho il sospetto che Fujifilm, per realizzare la linea di obiettivi destinati alla GFX, abbia tirato fuori dal cassetto dei vecchi schemi ottici destinati ad apparecchi di formato maggiore.

Osservando l’architettura del corpo macchina mi sono reso conto, non senza sorpresa, che il suo “sederone” non è dovuto alla necessità di arretrare il sensore in funzione di un tiraggio lungo delle ottiche, bensì a quella di ospitare la batteria, forse con lo scopo di bilanciare all’indietro il peso degli obiettivi. Il piano focale, infatti, si trova in posizione molto avanzata. I progettisti Fujifilm, dunque, avrebbero potuto disegnare un apparecchio non meno sottile della recente Hasselblad X1D. Eppure hanno operato una scelta diversa.

Fujifilm GFX

Fatto sta che l’ergonomia della vecchia Hasselblad analogica, praticamente un cubo di alluminio con un obiettivo innestato davanti e un magazzino portapellicola agganciato posteriormente, si prestava a un facile utilizzo con entrambe le braccia tese verso il basso, all’altezza dell’addome, che conferiva all’insieme una grande stabilità e non affaticava minimamente spalla, gomito e polso destri come invece tende a fare la Fujifilm GFX. Insomma, si ha l’impressione che l’ambiente ideale della GFX sia lo studio, o comunque un contesto di lavoro che consenta l’impiego di un robusto treppiedi (trasportato da un secondo assistente!).

Vale la pena di spendere una parola sulla disposizione dei pulsanti – troppi a mio modo di vedere – sul pannello posteriore del corpo macchina. Il vizio dei progettisti di distribuirli a pioggia ha fatto sì che, ogni volta che ho impugnato l’apparecchio per portarmelo davanti al viso, io abbia trovato nel mirino, al posto della scena inquadrata, il Quick Menu attivato. Il pulsante Q, infatti, è stato incautamente posto sul risalto posteriore sul quale va ad appoggiarsi il pollice del fotografo. Altra nota di demerito il pulsante Play che si trova in un punto non raggiungibile con un dito della mano destra. Del resto è un difetto che avevo già riscontrato in tre apparecchi della serie X che ho utilizzato in passato.

Archiviate le osservazioni sulle caratteristiche fisiche dello strumento, andiamo a vedere come “suona”. Eravamo davanti al Palazzetto dello Sport. La foto 01 è un jpg out-of-camera, al quale ho semplicemente corretto il bilanciamento del bianco. La qualità del file è eccezionale. Non mi riferisco soltanto alla risoluzione percepita, con una definizione di 52 megapixel la diamo per scontata. Parlo soprattutto della tenuta delle alte luci, aiutata dalla necessaria sottoeposizione di 0,7/1 EVF (nessuno è perfetto), associata alla ricchezza di dettaglio delle ombre. Fujifilm ha stabilito da anni il primato mondiale del jpg nativo, e la GFX conferma questa gloriosa tradizione. Come mi era accaduto in passato con gli apparecchi della serie X ho tentato di eguagliare il jpg out-of-camera sviluppando il relativo file RAW, ma senza mai ottenere miglioramenti significativi. A questo scopo vale la pena di confrontare l’immagine 14 (jpg) con la 15 (raw sviluppato in Iridient Developer). A parte la tendenza a scaldare i toni, il processore interno lavora egregiamente, fornendo una resa dei colori e dei dettagli estremamente equilibrata.

 

Un aspetto critico dei sensori della serie X della casa giapponese è la scarsa attitudine alla conversione in bianco e nero. Ebbene, grazie all’adozione della matrice di Bayer, il sensore della GFX permette conversioni monocromatiche che non hanno nulla da invidiare, per esempio, agli scatti prodotti con gli apparecchi Leica M, X e Q. Le immagini 16 e 17 sono state convertite, rispettivamente, dalla 14 e dalla 15 utilizzando Silver Efex Pro 2.

A chi come me pratica, sia pure con una certa libertà stilistica, la fotografia architettonica, la Fujifilm GFX permette di raddrizzare le linee cadenti senza fare ricorso a costosi – e poco pratici – obiettivi a decentramento. Con 52 megapixel a disposizione, gli strumenti di correzione che offre Photoshop concedono un ampio margine di ritaglio prospettico senza significative perdite in termini di definizione reale dell’immagine “raddrizzata”. Si vedano, a questo riguardo, le immagini 04, 05, 11, 12, 13, 16, 17, 18 e 19.

Per chiudere, un test notturno a mano libera. Come dimostra l’immagine 21, il sensore della GFX regge i 6400 ISO con estrema disinvoltura. È un valore ormai in linea con le prestazioni degli apparecchi APS-C e full frame degli ultimi due o tre anni, ma fa piacere riscontrarlo in un sensore di queste dimensioni.

 

Morale della favola. La Fujifilm GFX è un apparecchio che, se maneggiato con cura, è in grado di produrre immagini di un’eccezionale solidità tecnica. La definizione del sensore, più che ridondante, dà spazio ad interventi di ritaglio e di correzione prospettica praticamente senza limiti. Può avvalersene con profitto tanto il fotografo di architettura quanto lo specialista di still-life in studio, mentre il fotoamatore più sensibile al fetish la troverà probabilmente priva di fascino.

Mi astengo da ogni commento sul prezzo. Chi intende utilizzarla come strumento di lavoro saprà mettere in conto il rapporto costi/benefici di un bene strumentale in grado di durare nel tempo. Chi la trova troppo cara potrà benissimo orientarsi su soluzioni più accessibili. Da questo punto di vista il mercato offre fin troppe alternative.

www.giannigalassi.com

A spasso con la medio formato Fujifilm GFX 50s
© Riproduzione riservata
Commenta

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

To Top