Hiroshi Suzukawa alla Photokina 1963 spiega la Canon AF al giornalista del settimanale Spiegel.

Hiroshi Suzukawa alla Photokina 1963 spiega la Canon AF al giornalista del settimanale Spiegel.

Spesso restiamo a bocca aperta quando l’industria lancia un prodotto molto innovativo e pensiamo a chi sarà stato quel genio che se l’è inventato. A volte, però, finiamo per scoprire che l’idea geniale è vecchia e stravecchia. Ho ritrovato di recente la vecchia fotografia da giornale, l’unica nota, della Canon Auto Focus presentata alla Photokina di Colonia del lontano 1963. Accidenti, direte voi! Ma cosa direste se il primo brevetto per la messa fuoco automatica fosse invece del 1931? È di quell’anno la selph-focusing camera, ovvero una fotocamera da studio dall’armeno-americano Luther G. Simijian pensata per scattare autoritratti. La SFC, calcolava il fuoco in base alla caduta della luce che, come spiega ogni buon manuale di fotografia, decresce all’inverso del quadrato della distanza. Una cellula fotoelettrica misurava l’intensità della luce sul volto del soggetto illuminato da una lampada; trasformata in distanza l’intensità la cellula inviava impulsi ad un elettromagnete per regolare l’obiettivo. Più realistica la misconosciuta Canon Auto Focus e rivedere quella fotografia ha destato la mia curiosità. Sapevo che era dotata di due obiettivi, un 40mm f/2,8 per la ripresa ed un 75mm f/2,4 catadiottrico a specchio con 4 lenti per il controllo del fuoco attraverso una cellula al solfuro di cadmio (CdS). Che l’avanzamento della pellicola era automatico come l’esposizione, facilitata dall’otturatore a controllo elettronico.

Maggiori informazioni le ho trovate leggendo sul web l’intervista del settimanale tedesco Spiegel (aprile 1963) a Hiroshi Suzukawa, capo del team ricerca e sviluppo di Canon e un articolo di Bob Hering, photo editor dell’americano Popular Science, (settembre 1963). Tanto per cominciarne, la fotocamera non era così compatta come i progettisti avrebbero voluto, soprattutto pesava quasi un chilo ma, per allora, fecero un lavoro notevolissimo. L’elettronica contava 2 diodi, 7 transistor, 2 relè e 2 micro-motori, il tutto alimentato da due pile a stilo. Premuto il pulsante di scatto, il primo micro motore metteva in movimento il frontale della fotocamera sul quale erano fissati i due obiettivi. Quando il 75mm per la rilevazione del fuoco individuava il massimo contrasto-nitidezza della piccola area che misurava, un impulso bloccava il micro motore ed era possibile scattare la fotografia. L’esposizione automatica (tecnologia già usata sull’Agfa Optima del 1959) si avvaleva dei dati della cellula al selenio attorno all’obiettivo di ripresa e della sensibilità della pellicola letta dalla fotocamera con la scansione di un codice sul caricatore (il codice DX di Kodak per la stessa funzione è del 1989). Scattata la fotografia, il secondo micro motore avanzava la pellicola 35mm di un fotogramma: 16 anni dopo arrivò la Konica FS-1 motorizzata.

“La Canon dimenticata che annunciò il futuro delle fotocamere moderne”

Il prototipo Canon Auto Focus del 1963, fotografia restaurata dell’unica disponibile e quasi introvabile

Il prototipo Canon Auto Focus del 1963, fotografia restaurata dell’unica disponibile
e quasi introvabile

Della Canon Auto Focus sarebbero stati realizzati cinque o sei corpi, ed è curioso che la pagina Camera Hall del sito canon.com ne accenni appena in una riga. A parte il Nikkor 80mm f/4,5 grande come una scatola da scarpe (1971), la prima autofocus in commercio fu ancora una Konica, la C35 AF del 1977 dotata del modulo Visitronic (vaf) di Honeywell. La Minolta 7000, prima reflex autofocus verrà lanciata nel 1985. In realtà, il lavoro sulla tecnologia AF ferveva da tempo nei laboratori di tutte le maggiori marche. Nei primi anni Settanta, il reparto forniture militari di Ernst Leitz lavorava ad un sistema telemetrico a laser per il carro Leopard 1. Il governo tedesco, però, cancellò il progetto mettendo in crisi l’azienda. La quale, non a caso, presentò alla Photokina 1976 il sistema di messa a fuoco automatica Correfot su un paio di Leicaflex SL2 motorizzate e, successivamente, su cinque Leica R4 CK3 con uno speciale Noctilux 50mm f/1,4 motorizzato. Il dottor Knut Heitmann, ex-capo della divisione difesa di Leitz, mi ha spiegato che Honeywell, si interessò al Correfot offrendosi di produrlo in quantità impossibili per Wetzlar. Invece, finì a Minolta a seguito dell’accordo per la produzione in Giappone della Leica CL. Del resto alcuni dirigenti lo ritenevano inutile perché i “clienti Leica sanno mettere a fuoco da soli!”. Minolta, purtroppo, pagò caro l’orgoglio del primato perché apportò una serie di cambiamenti al Correfot da renderlo molto simile al Visitronic, tanto che fu citata per danni nel 1991. La vertenza si trasformò in una sfida Usa-Giappone, ma nonostante le sue ragioni e certe diverse funzionalità, per le “due involontarie violazioni” di brevetto individuate, il giudice americano la condannò a pagare 127 milioni di dollari. Un colpo pesantissimo per le finanze di Minolta. La Honeywell vittoriosa, invece, citò in tribunale altre sei case che si “ispirarono” al suo sistema portando a casa altri 500 milioni di risarcimenti in pochi anni.

E se l’autofocus fosse un brevetto di 90 anni fa?
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