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Dietro un ritratto

Un paio di mesi fa, mi trovavo all’aeroporto di Addis Ababa, Ethiopia, avevo trascorso le ultime settimane scattando dei ritratti a gente delle varie tribù della Omo Valley, un’esperienza profonda e indimenticabile. Mentre aspettavo il volo che mi avrebbe portata a Nairobi per un altro lavoro mi stavo rimettendo in pari con le email ricevute. L’ultima email che ho aperto mi ha fatto ribollire il sangue nelle vene: “Ciao Sara, belli i ritratti che hai fatto in Vietnam, mi puoi dire che impostazioni hai usato?”.
Domande del genere mi spezzano il cuore! Non solo per la completa indifferenza nei riguardi della foto e nel suo soggetto, ma per la mancanza di curiosità e di fantasia nel riuscire a vedere oltre quelle dannate impostazioni.

Nell’ultimo anno ho viaggiato in 10 paesi fotografando persone per strada guidata solo dal mio istinto e dalla mia voglia di scoprire, un ingrediente necessario nella ritrattistica di viaggio. Bisogna essere curiosi, farsi domande.
Quando giro per le strade di una città sconosciuta prima di tirar fuori la macchina fotografica cerco di passare del tempo con il mio soggetto, stabilendo una connessione, e quando arriva il momento del click mi dimentico tutti i tecnicismi, perché quando voglio creare qualcosa di vero, penso e scatto col cuore.

Premetto che penso che per essere un bravo fotografo sia importante avere una buona conoscenza della tecnica fotografica. La tecnica ci aiuta a trasmettere ciò che vogliamo esprimere nello stesso modo in cui la musica influenza lo spettatore in un film.
Con il tempo ho imparato a gestire la tecnica sviluppando un mio stile, che mi aiuta a trasmettere un certo tipo di sensazione a chi guarda le mie immagini. Detto ciò, penso che una volta imparate le regole di base dovremmo dimenticarcele e romperle continuamente mentre guardiamo attraverso il mirino.

La fotografia per me è fatta prettamente di sensazioni e ancora di più di emozioni, che, a mio avviso, sono la chiave nella riuscita di un buon ritratto. Un ritratto ben eseguito non è fatto da messa a fuoco perfetta o nitidezza impeccabile, ma dall’abilità di catturare l’essenza di una persona, un piccolo pezzo della sua anima, riuscendo a raccontarne la storia.
Il ritratto non è fatto dalle impostazioni di scatto e dalla macchina fotografica utilizzata, è fatto da chi ci sta dietro, chi ci sta davanti, chi lo guarda e nel passaggio di emozione creato nel mezzo. L’attrezzatura e la tecnica sono solo strumenti che aiutano a catturare questa magia. Quello che conta di più per me è il contenuto emotivo.

Da fotografi, chiedersi solo “che impostazioni hai usato?” sminuisce l’immagine e l’arte della fotografia in sé. Se questa è l’unica domanda che viene in mente guardando la foto di una ragazza che lavora in un campo di riso in Vietnam, o quella di un’anziana signora che fa l’elemosina nei vicoli di Marrakech, o quella di una bambina in un villaggio della tribù Hamer che indossa solo pelli d’animale, forse la ritrattistica non è il genere fotografico più appropriato! Guardando un ritratto dovremmo chiederci “Chi è la persona nella foto?” , “Da dove viene?” , “Dove sta andando?” , “ È felice?” , ”Qual è la sua storia?”. Facendoci queste domande forse finiremo per imparare qualcosa sul mondo, forse finiremo persino per imparare qualcosa su noi stessi! 

Cosa si cela dietro un ritratto? Questa è l’unica domanda da farsi!

di Sara Melotti

Dietro un ritratto
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