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Cos’è un’immagine digitale?

Questo articolo affronta un argomento molto importante. Può sembrare altisonante, ma pretende di rispondere alla domanda: “cos’è un’immagine digitale”?

Sarebbe errato pensare che sia un argomento filosofico. Si potrebbe obiettare che non è necessario conoscere ogni dettaglio del funzionamento di un motore per essere buoni guidatori, e questo è certamente vero. Il nostro campo è però ben più scivoloso e infido della meccanica: per questo nascono talvolta veri e propri miti, che finiscono per diventare preconcetti spesso del tutto errati.

Al fine di rimuovere dal tavolo tutto ciò che non è necessario, esaminiamo un caso molto semplice. Smettiamo di preoccuparci dei megapixel e dei sensori di ultima generazione, e scattiamo una fotografia qualsiasi con lo smartphone. Il gatto di casa al tramonto, va benissimo; se la foto è un po’ sfocata, va benissimo: non è questo il punto, per una volta.

Non faremo neppure lo sforzo di trasferirla sul computer: la guardiamo, sullo schermo dello stesso telefono con il quale è stata scattata. Stiamo vedendo l’immagine che abbiamo creato, giusto?

No, sbagliato. Stiamo vedendo una sua rappresentazione. È molto diverso.

Cerco di spiegarlo con un esempio tratto dal mondo reale. Pensiamo a una persona davanti a uno specchio. Se osserviamo la scena da fuori, sappiamo subito quale dei due è reale e quale no. Lo specchio fornisce un riflesso: non è la persona. Se lo sostituiamo con uno specchio deformante, quel riflesso cambierà: ma sarà sempre il riflesso della medesima persona. Chiunque credesse che lo specchio sia la realtà e la persona il riflesso, verrebbe probabilmente etichettato come pazzo.

Lo stesso accade con le immagini digitali. Spostiamoci in Photoshop: tutto si può dire della figura 1 (nella gallery qui sotto) tranne che sia priva di colore. Su Macintosh è possibile fare un’operazione che passa per le Preferenze di sistema, e in particolare per un pannello chiamato Accessibilità (figura 2). È possibile forzare il monitor a rappresentare tutto in scala di grigi piuttosto che a colori. L’opzione è evidenziata in rosso, in figura. Se la attiviamo spuntando la casella, senza fare altro, l’immagine che visualizzeremo in Photoshop sarà quella di figura 3: una versione in bianco e nero (o meglio, in scala di grigi) della fotografia originale.

 

 Vista così, qualcuno potrebbe pensare che l’immagine sia stata desaturata, o comunque trattata in modo da apparire in bianco e nero, ma non è vero: è del tutto identica a prima. Se osservate bene, il colore rosso visibile nel pannello Colori, così come le tinte presenti nel pannello Libreria, sono a loro volta in scala di grigi. L’immagine non è cambiata: tutto Photoshop, e in generale qualsiasi cosa osserviamo a monitor in questa modalità, appare in scala di grigi.

Le parole sono importanti: “appare in scala di grigi” non significa “è in scala di grigi”. L’aspetto non è la sostanza. Nel momento in cui disattiviamo l’opzione che abbiamo scelto di utilizzare poco fa, tutto torna come prima.

Ora estendiamo il ragionamento. Se osserviamo la stessa immagine su un altro computer, o anche su un altro monitor collegato al medesimo computer, la vedremo uguale? La risposta più corretta è “dipende”, ma l’eventualità più frequente è che la risposta sia “no”.

Un’immagine digitale è composta da numeri. In particolare, quando lavoriamo in RGB (l’eventualità più comune) ogni pixel è identificato da tre coordinate che esprimono l’intensità della componente rossa, verde e blu, rispettivamente, di quel pixel. Le formule e il loro significato non c’interessano in questa sede, ma se proprio qualcuno mi chiedesse come è fatta l’immagine che vediamo in figura 1, avrei ben poca scelta. L’unica risposta corretta sarebbe sciorinare una lista di terne di numeri. Proviamo?

Primo pixel in alto a sinistra: 92R 41G 40B

Pixel immediatamente adiacente, verso destra: 86R 35G 32B

Terzo pixel, nella stessa direzione: 88R 37G 34B

Quindicesimo pixel, nella stessa direzione: 88R 40G 38B

E via dicendo. Ho misurato il valore dei singoli pixel e l’ho trascritto, uno alla volta. Quanto è lunga la lista? Nel caso della mia immagine, i cui lati sono rispettivamente di 5290 e 3527 pixel, i pixel sono esattamente 18.657.830. Quindi, diciotto milioni e mezzo di terne numeriche, più o meno: più di cinquantacinque milioni di numeri. Questa è l’immagine, perché questi sono i dati che la compongono.

Neppure il più estremo dei nerd cercherebbe di immaginare l’aspetto di questa immagine leggendo una ventina di milioni di terne numeriche: a prescindere, è del tutto impossibile. Per questo abbiamo bisogno di un monitor su cui visualizzarla: ovvero, di un dispositivo in grado di rappresentare l’immagine. La rappresentazione dipenderà dalle caratteristiche del dispositivo, e non solo.

Questo è il ragionamento che getta le basi per la disciplina che prende il nome di gestione del colore (color management, in inglese). La gestione del colore non ha a che fare con la modifica delle immagini secondo criteri tecnici o estetici, ma con la corretta interpretazione dei dati.

Il nucleo del problema è molto semplice, e vorrei esporlo con un esempio che non ha nulla a che fare con le immagini. Supponete che qualcuno vi consegni un foglietto sul quale c’è scritta una sola parola: “PAIN”. Subito comprendete che non si tratta di una parola italiana; quindi, ammesso che abbia un significato, va eventualmente tradotta nella nostra lingua per risultare comprensibile. Il problema nasce se non conoscete la lingua originale in cui è stata scritta. Se fosse l’inglese, la dovremmo tradurre con “DOLORE”. Se fosse invece il francese, la sua traduzione sarebbe “PANE”. Dolore e pane sono due concetti del tutto diversi, e non siamo in grado di decidere quale sia il significato corretto del termine originale fino a che qualcuno non ci indirizza nella direzione giusta. In altri termini, ci serve un dizionario.

Nel caso delle immagini digitali, l’equivalente della parola è rappresentato dalle componenti dei pixel. Il primo pixel in alto a sinistra dell’immagine di figura 1 è definito dalla terna 92R 41G 40B. Sappiamo che i valori delle singole componenti, in 8 bit, sono compresi tra 0 e 255. Possiamo notare che la componente verde (G) e quella blu (B) sono pressoché uguali, mentre quella rossa è più o meno il doppio. Una persona esperta può già farsi un’idea dell’aspetto di questo colore, e non è così difficile anche se non abbiamo a disposizione un monitor: posso certamente dirvi che si tratta di un rosso scuro, vagamente tendente al bordeaux. Ovviamente, questa conclusione è parecchio vaga, ma neppure il massimo esperto al mondo potrebbe giurare quale sia il colore preciso definito da questa terna, a meno che non abbia un dizionario che lo aiuti a interpretarla. Senza il dizionario adatto, potremmo interpretare questo rosso come un altro, esponendoci a errori simili a quello che faremmo chiamando “dolore” il pane.

Le parole si codificano in lingue. I colori si codificano invece in entità chiamate spazi colore. Se preferite, gli spazi colore sono le varie lingue del colore (con i loro dialetti). I dizionari relativi a queste lingue vengono invece chiamati profili colore, e di questo parleremo più approfonditamente in un prossimo articolo.

Spesso si sente dire che la prescrizione di rispettare il profilo colore di un’immagine, ovvero di interpretarne i numeri nel modo giusto, garantisce una corretta rappresentazione dei suoi colori: a monitor, in stampa o simili. Purtroppo è uno dei tanti miti in circolazione: è vero che questo è un requisito necessario, ma non è sufficiente a garantire una buona rappresentazione.

Non lo è, per lo stesso motivo per cui la figura 3 è così diversa dalla figura 1: i numeri dell’immagine sono assolutamente gli stessi, ma vengono rappresentati a schermo in maniera totalmente diversa. Al puto che, in figura 3, il colore è scomparso.

L’immagine, quindi, deve venire interpretata per mezzo di un profilo colore, un dizionario che ne permetta la corretta lettura. Al momento di rappresentarla, però, entrerà in gioco un secondo dizionario che descrive il comportamento del monitor, del proiettore o della stampante che andremo a utilizzare. La gestione del colore implica che abbiamo sempre a che fare con almeno due diversi profili colore; e soltanto se sono entrambi corretti avremo la certezza di stare lavorando nel modo migliore.

Il profilo che descrive le caratteristiche di un monitor, peraltro, non può migliorare la sua qualità: sarebbe come pretendere che misurare l’altezza di una persona bassa trasformasse questa persona in una più alta. Non può accadere: una buona misura ci fornisce al massimo delle buone informazioni sulla statura della persona, ma non la può modificare. Bisogna sempre discernere tra ciò che è reale (il monitor impostato in un certo modo, la stampante con un certo tipo di carta) e ciò che descrive il reale (il profilo colore di queste due periferiche).

Ne parleremo, ma per ora è più importante dare un’indicazione di massima. Da sempre, Adobe utilizza un’impostazione assai discutibile, per non dire del tutto errata, che riguarda il trattamento e l’interpretazione dei colori. In Photoshop, nel menu Modifica, si trova una voce chiamata Impostazioni colore. Potrebbe di fatto stare nella sezione Preferenze, ma si trova fuori. Quando si installa Photoshop, le impostazioni sono quelle visibili nella figura qui sotto: un predefinito che si chiama Colore del monitor. I dettagli non sono importanti, in questa sede, ma credetemi: se volete una ricetta per ottenere colori incoerenti tra un dispositivo e l’altro, questa è pressoché perfetta.

La soluzione: modificare le impostazioni colore. Nel menu visibile in alto a sinistra, denominato Impostazioni, si trovano diverse opzioni, adatte a diversi flussi di lavoro. Molto semplicemente, qualsiasi opzione è migliore del predefinito – ma suggerisco di utilizzare Prestampa Europa 3 per applicazioni fotografiche destinate alla stampa offset; Uso generico Europa 3 è una ragionevole alternativa; Web/Internet Europa 2 è particolarmente indicata per chi lavora con immagini destinate al Web.

Quindi, fate la vostra scelta, ma modificate il predefinito fornito da Photoshop. Questa modifica non garantirà, da sola, una visualizzazione corretta delle immagini a monitor, né una riproduzione soddisfacente dei colori a stampa, ma è un primo passo essenziale in questa direzione.

Delle questioni legate, invece, alla riproduzione a monitor parleremo approfonditamente in un prossimo articolo.

Cos’è un’immagine digitale?
© Riproduzione riservata
3 Commenti

3 Commenti

  1. Luca Negri

    1 febbraio 2017 at 4:36 pm

    Ottimo articolo! Chiaro ed originale. Un grandissimo in bocca al lupo per la nuova rivista!

  2. Moreno

    3 febbraio 2017 at 9:07 pm

    Finalmente si ricomincia con gli articoli di Marco!

  3. dedicated server

    10 agosto 2017 at 4:33 pm

    Grazie e buon lavoro!

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